Il treno del giovedì

Marco aveva sette anni, le ginocchia sempre sbucciate e un problema grande così.

La sua migliore amica, Sofia, non gli parlava da tre giorni.

Tutto era cominciato giovedì, alla ricreazione. Marco aveva rotto il disegno di Sofia — per sbaglio, davvero per sbaglio — mentre correva in corridoio. Lei si era messa a piangere, lui aveva detto “dai, era solo un foglio”, e da quel momento silenzio.

Marco non capiva. Era solo un disegno. Perché Sofia era ancora arrabbiata?

Quella mattina, invece di aspettare l’autobus, Marco trovò un biglietto sul muretto davanti a casa. Era color arancione, con un piccolo treno stampato sopra e scritto in lettere blu:

Linea 7 — Solo per chi ha qualcosa da capire.

Marco si guardò intorno. Non c’era nessuno. Infilò il biglietto in tasca.

Cinque minuti dopo, dove di solito passava il 42 per la scuola, si fermò un treno.

Non un treno normale — era piccolo, arancione, con finestrini rotondi come oblò. Il macchinista aveva un cappello rosso storto e due baffi biondi che puntavano verso l’alto.

“Linea 7!” gridò il macchinista. “Partenza immediata!”

Marco salì.

La ragazza con la valigia pesante

Sul treno c’era solo un’altra passeggera: una bambina di forse otto anni, seduta vicino al finestrino, con una valigia enorme tra i piedi. La valigia era chiusa con tre lucchetti.

“Ciao,” disse Marco.

La bambina non rispose. Guardava fuori dal finestrino con le braccia conserte.

Marco si sedette dall’altra parte del corridoio. Il treno partì con un fischio allegro.

“Bella valigia,” provò di nuovo.

“Non toccarla,” disse lei senza girare la testa.

“Non la stavo toccando.”

Silenzio.

Marco guardò la valigia. Era di pelle marrone, con gli angoli un po’ consumati, come se avesse viaggiato molto. Sui lucchetti c’erano incisi tre numeri: 7, 3, 1.

“Perché hai tre lucchetti?” chiese Marco.

Stavolta la bambina si girò. Aveva gli occhi scuri e un’espressione seria. “Perché dentro ci sono cose pesanti. Se le aprissi tutte insieme, non le reggerei.”

Marco ci pensò su. “Cosa c’è dentro?”

Lei lo guardò un momento, come se stesse decidendo qualcosa. Poi disse: “La rabbia di stamattina. La tristezza di ieri. E una cosa che non so ancora come chiamare.”

Marco spalancò gli occhi. “Puoi mettere la rabbia in una valigia?”

“Se non la metti da qualche parte,” disse lei, “ti occupa tutta la testa.”

Il treno fischiò di nuovo e rallentò.

La prima fermata: il paese capovolto

La stazione si chiamava Capovolta.

Quando scesero, Marco si accorse che tutto era al contrario. Le case avevano le porte sul tetto. Gli alberi crescevano verso il basso. I bambini camminavano sulle mani.

“Strano,” disse Marco.

“Forse a loro sembra strano il nostro,” disse la bambina — che si chiamava Gioia, lo aveva detto sul treno appena prima di scendere, come se fosse un segreto che aveva deciso di condividere.

Un bambino capovolto si avvicinò correndo — cioè, camminando sulle mani molto veloce. Si fermò davanti a loro e disse, a testa in giù: “Benvenuti! Vi siete persi?”

“No,” disse Marco. “Siamo in viaggio.”

“Dove andate?”

Marco aprì la bocca per rispondere e si rese conto che non lo sapeva.

“A capire qualcosa,” disse Gioia.

Il bambino capovolto annuì — o almeno, mosse la testa in un modo che sembrava un annuire, considerando che era a testa in giù. “Allora siete nel posto giusto. Qui tutto funziona al contrario. Se vuoi capire qualcuno, devi prima smettere di guardarlo dal tuo verso.”

Marco ci pensò mentre risalivano sul treno.

Sofia aveva pianto per un disegno. Lui aveva pensato: è solo un foglio. Ma forse per Sofia non era un foglio. Forse era qualcosa d’altro.

“Gioia,” disse piano, “quando hai messo la tristezza nella valigia… cosa l’aveva fatta diventare così grande?”

Gioia aprì il lucchetto con il 3. Dentro c’era una foto: lei e un’altra bambina che ridevano su un’altalena.

“La mia amica si è trasferita. Io ho fatto finta che non mi importasse. Ma mentire alla tristezza non funziona — diventa solo più pesante.”

Marco guardò la foto. Poi guardò fuori dal finestrino.

Il tunnel

A metà viaggio il treno entrò in un tunnel lunghissimo. Fuori era tutto buio.

Marco non vedeva più niente. Sentiva solo il rumore delle ruote e il respiro di Gioia dall’altra parte del corridoio.

“Ho paura del buio,” disse Marco. Non lo diceva mai a nessuno.

“Anch’io,” disse Gioia. “Ma solo quando sono sola.”

Stavano lì in silenzio, nel buio, e Marco si accorse di una cosa strana: non aveva più tanta paura. Forse perché sapeva che Gioia c’era. Forse perché lei aveva detto anch’io senza ridere.

“Sofia aveva lavorato tre giorni su quel disegno,” disse Marco nel buio. Non lo sapeva di saperlo, ma mentre parlava capì che era vero. “Era per la sua mamma. Era il compleanno della sua mamma.”

Gioia non disse niente.

“Io ho detto che era solo un foglio.”

Silenzio.

“È stata una cosa stupida da dire,” aggiunse Marco.

Il treno uscì dal tunnel. La luce tornò, tutta d’un colpo, e Marco strizzò gli occhi.

L’ultima fermata

La stazione finale si chiamava semplicemente Qui.

Non c’era niente di speciale — un piccolo piazzale, una fontana, un muretto di mattoni rossi. Il macchinista scese anche lui e si sedette sul muretto con un panino.

“Siete arrivati,” disse con la bocca piena.

“Dove?” chiese Marco.

“Dove dovevate.”

Gioia aprì il lucchetto con il 7 — l’ultimo che non aveva ancora aperto. Dentro c’era un foglio bianco e una matita.

“Questa è la cosa che non sapevo come chiamare,” disse. “Adesso so cos’è. È una lettera che non ho ancora scritto.”

Si sedette sul muretto accanto al macchinista e cominciò a scrivere.

Marco la guardò un momento. Poi tirò fuori il suo diario dallo zaino — ce lo portava sempre, anche se non ci scriveva quasi mai — e cominciò a pensare a cosa avrebbe detto a Sofia.

Non le avrebbe spiegato che aveva torto lui.

Le avrebbe solo detto: mi dispiace. Adesso capisco perché piangevi.

Il treno fischiò tre volte.

“Partenza tra cinque minuti,” annunciò il macchinista, rimettendosi il cappello storto.

Marco chiuse il diario.

Non sapeva ancora come sarebbero andate le cose con Sofia. Forse lei era ancora arrabbiata. Forse ci voleva altro tempo. Ma adesso, almeno, capiva. E capire, si accorse, era un po’ come aprire un lucchetto.

Era sicuramente meno pesante.

Fine

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